Frequentare un corso di ballo non basta per definirsi “ballerini”

Frequentare un corso di ballo non basta per definirsi “ballerini”

La scena che non dovrebbe sorprendere… eppure sorprende sempre

Mi è capitato spesso di assistere ad esibizioni di gruppi di ballo in contesti di eventi all’ aperto o semplicemente in sala. La musica parte e mi aspetto di vedere quello che ogni corso di ballo dovrebbe produrre: corpi consapevoli, movimenti intenzionali, almeno un accenno di quella grazia faticosamente conquistata settimana dopo settimana. E invece no. Ci sono spalle che cedono al peso della propria inerzia, braccia che non sanno dove andare o che accennano blandamente la figura coreografica, passi che inseguono il ritmo senza mai toccarlo davvero. Uno spettacolo mortificante, non perché si tratti di principianti alla prima lezione, ma perché quelle persone frequentano un corso di ballo da mesi. Qualcuno, addirittura, da anni.

Ed è proprio questo il punto che montare in me rabbia e delusione nello stesso tempo. Non la goffaggine in sé, quella appartiene a ogni inizio ed è persino tenera, a suo modo, ma la stasi. L’assenza di progresso. Quel risultato gravemente mediocre che non trova giustificazione nel tempo trascorso né nelle ore investite. E’ chiaro che qualcosa, da qualche parte, ha smesso di funzionare. E la domanda che mi pongo ogni volta è una sola: di chi è la responsabilità di questi risultati?

Le domande che nessuno osa fare e che invece vanno fatte

Nella danza, come in qualsiasi disciplina che richieda dedizione, esistono domande scomode ma necessarie. Ignorarle non risolve nulla: le lascia sedimentare, trasformandole in abitudini cattive e risultati mediocri che si cronicizzano nel tempo. Proviamo allora ad affrontarle una per una, con la franchezza che il rispetto per la danza, e per chi la pratica, impone.

Di chi è la responsabilità di un risultato mediocre? Dell’insegnante o dell’allievo?

La risposta onesta è: di entrambi, ma in misura diversa e per ragioni diverse. Un insegnante che non osserva i propri allievi con occhio critico, che non corregge, che non adatta il metodo alle difficoltà individuali, che si accontenta di “fare lezione” senza chiedersi se qualcuno stia davvero crescendo, ha mancato al suo compito fondamentale. Ma anche l’allievo porta la sua parte di responsabilità: chi entra in sala senza la vera intenzione di imparare e crescere, chi replica meccanicamente i movimenti senza cercare di comprenderli, chi non si allena tra una lezione e l’altra e non si pone mai la domanda “sto migliorando?” ha trasformato il corso in una routine vuota. La crescita nasce dall’incontro tra un insegnante che pretende e un allievo che risponde a quella pretesa.

Un insegnante che non mira alla crescita degli allievi, può ancora definirsi tale?

Insegnare la danza non significa trasmettere sequenze di passi. Significa accendere qualcosa: la consapevolezza del proprio corpo, il senso del ritmo, il desiderio di migliorarsi. Un insegnante che si limita a ripetere la stessa coreografia senza verificare se gli allievi la stiano interiorizzando, che non offre feedback personalizzati, che tollera la mediocrità per quieto vivere o per paura di perdere iscritti, non sta insegnando: sta semplicemente occupando uno spazio. La crescita dell’allievo è l’unica misura reale del lavoro di un insegnante. Tutto il resto è intrattenimento.

Un allievo che frequenta da anni senza progredire sta davvero ballando… o sta solo recitando la parte?

C’è una differenza sottile ma profonda tra chi balla e chi imita il gesto del ballare. Chi porta il corpo in sala ma lascia la mente fuori dalla porta, chi segue i movimenti dell’insegnante come si copia un disegno senza capirne il senso, chi non ascolta la musica ma la subisce: questa persona non sta danzando. Sta recitando una parte. E dopo mesi o anni di questa recita, il corpo ha imparato solo l’apparenza del movimento, non la sua sostanza. Riconoscerlo non è una sconfitta: è il primo atto di onestà necessario per cambiare rotta.

La mancanza di progressi è sempre visibile solo dall’esterno, o l’allievo stesso dovrebbe accorgersene?

Chi balla con intenzione sviluppa nel tempo una qualità preziosa: la capacità di sentire quando qualcosa non funziona, di percepire la differenza tra un movimento eseguito con controllo e uno eseguito per abitudine. Quando questa sensibilità non si sviluppa, quando l’allievo non sa valutarsi, non si ascolta, non si guarda mai con occhio critico, significa che non sta costruendo un vero dialogo con il proprio corpo. Un corso serio dovrebbe insegnare anche questo: non solo come muoversi, ma come osservarsi. Perché il miglioramento nasce sempre da una domanda: sto facendo meglio di ieri?

L’ambiente di una scuola di danza può influenzare negativamente il rendimento degli allievi?

Assolutamente sì. Un ambiente in cui non si pone attenzione alla qualità, in cui tutti vengono promossi indipendentemente dal livello raggiunto, in cui la mediocrità non viene mai nominata per non “scoraggiare” nessuno, diventa paradossalmente il luogo più scoraggiante di tutti: quello in cui non vale la pena impegnarsi perché tanto non cambia nulla. Una scuola che rispetta davvero i propri allievi ha il coraggio di fissare degli standard, di dire la verità con gentilezza, di creare un ambiente in cui il miglioramento è atteso, celebrato e richiesto. Solo così la danza smette di essere un passatempo e diventa una disciplina.

La mediocrità non è un destino, è una scelta

Detto tutto questo, con la franchezza che questo tema richiede, rimane una considerazione che vale più di qualsiasi rimprovero: la mediocrità non è mai definitiva. Non lo è per un allievo che ha trascorso anni a sfiorare la danza senza abbracciarla davvero, e non lo è nemmeno per un insegnante che ha perso di vista il proprio scopo. Entrambi possono scegliere, in qualsiasi momento, di cambiare prospettiva.

Per l’allievo, significa tornare in sala con una presenza diversa: non il corpo soltanto, ma l’intenzione, la curiosità, la volontà sincera di capire cosa non sta funzionando e di lavorarci. Significa smettere di “fare la lezione” e cominciare, finalmente, a danzare. Per l’insegnante, significa ricordare perché ha scelto questa professione: non per riempire sale, ma per trasformare persone. Per restituire a ogni allievo la consapevolezza del proprio corpo, il piacere del ritmo, la soddisfazione profonda di sentirsi migliorare.

Quando entrambe queste cose accadono insieme “l’insegnante che pretende il meglio e l’allievo che risponde a quella pretesa” succede qualcosa di straordinario. Il corpo si trasforma, la musica comincia a parlare una lingua comprensibile, e la danza smette di essere qualcosa che si fa per diventare qualcosa che si è. Quella è la meta. Ed è alla portata di tutti.

E’ il momento di scegliere davvero

Se ci tieni a crescere ma senti che il tuo percorso di danza si è fermato, se la lezione è diventata una routine senza più emozione né crescita, forse è il momento di farti le domande giuste.

Forse hai bisogno di un insegnante che non si accontenta di vederti in sala, ma che vuole vederti crescere. Un insegnante che lezione dopo lezione, con rigore e passione, con la giusta dose di esigenza e di incoraggiamento, ti aiuti a scoprire cosa significa ballare davvero.

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